Le donne di colore si può a ben ragione dire fossero tra le più attive, anche più degli uomini, politicamente, tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. E gli scritti teorici (non solo i romanzi e le novelle) della Harper, come di Ida Wells e Pauline Hopkins mantengono in ruoli paritari i rapporti tra uomini e donne nere, rispetto a quelli degli scrittori e leader politici afroamericani maschi dei primi anni del nuovo secolo. Du Bois, il leader succeduto a Booker T. Washington, con molti altri attivisti afroamericani comincerà invece ad esaltare la fierezza dell’uomo nero, lasciando la donna nell’ombra, mettendola in secondo piano. Come se quel distinguo che l’uomo bianco aveva sempre esercitato, elevandosi al di sopra delle razze, si fosse riprodotto, contagioso, in un dislivello fra i sessi, nella comunità afroamericana stessa.
Ida Wells spese la sua vita intera lottando fermamente contro le discriminazioni. Era solo una giovane educatrice quando fu fisicamente fatta scendere da un treno per non aver voluto cedere il proprio posto a un uomo bianco, cambiando carrozza. La causa legale, che ebbe un certo risalto, contro le ferrovie, prima vinta e poi persa in appello, fu il primo passo di un fervente attivismo. Diventò giornalista, editrice e comproprietaria di un giornale nero: The Free Speech and Headlight, conquistandosi una grande notorietà per i suoi editoriali sul trattamento riservato ai neri dalla società americana.
Anche Pauline Hopkins nata nel 1859 ed educata nelle scuole pubbliche di Boston divenne una giornalista, ma soprattutto una scrittrice. A soli vent’anni completò Slaves’ Escape, la sua prima storia. Come la Wells fu pure editrice di una rivista, The Colored American Magazin: “The first significant Afro-American journal to emerge in the twentieth century". Autrice di uno dei primissimi discorsi della Global African Community continuò a scrivere fino alla morte, avvenuta negli anni ’30.
Ad ogni modo la Wells, la Hopkins e la Harper, scrittrici e intellettuali, si rivelarono attiviste politiche di non poco conto, lavorando duramente per il diritto al voto delle donne e degli uomini di colore, ma anche per l’istituzione di una legge contro i linciaggi. Complici della creazione del Black Women’s Club Movement favorirono inoltre l’apertura di librerie, college e scuole per afroamericani.
A rendere superflua qualsiasi speculazione più approfondita sul ruolo della donna nella comunità afroamericana venne la guerra. La prima guerra mondiale indusse profondi cambiamenti nella percezione di se stessi dei neri d’America. Erano stati trattati finalmente da esseri umani a tutti gli effetti, in Europa e, avendo rischiato la vita per gli Stati Uniti, contavano di essersi guadagnati profondo rispetto anche in patria.
Poco si sa dell’esperienza delle donne che furono coinvolte in prima persona o trasversalmente dai fatti della prima, come della seconda guerra mondiale. Si sa per certo che negli anni successivi al primo conflitto si scatenarono nuove paure dell’altro e del nero soprattutto, il Ku Klux Klan visse il suo periodo d’oro dando fondo alle teorie di Marcus Garvey, intellettuale e attivista caraibico secondo cui i bianchi non avrebbero mai accettato uomini e donne nere come propri pari.

Anche
Zora Neale Hurston ne era convinta, antropologa e scrittrice, protagonista tra gli altri del movimento culturale più che politico
Harlem Rinaissance. L’
Harlem Renaissance testimonierà fino al 1939 una rinnovata e più diffusa attenzione fra gli afroamericani alla propria storia e cultura, un’attenzione tale che finì per influenzare, ispirandoli, i neri d’Africa, Europa e dei Caraibi.
Zora Neale Hurston in Her eyes were watching God, il suo romanzo più famoso, compirà ad ogni modo il primo consapevole tentativo di sovvertire il regime patriarcale della comunità nera per dare più voce alle donne di colore. Nata nel 1891 la Hurston, seppur con grandi difficoltà, fu una delle prime donne nere a frequentare tra il 1924 e il 1928 Università (la Howard University a Washington) e College (il Barnard College a New York).

- Lei non crede in Dio?!
- E' lui che non ha creduto in me.
Se ci avesse creduto mi avrebbe fatto un poco più aggraziato.
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La percezione di sé della donna afroamericana oggi segue il percorso di opere d’arte e di vita, le graduali conquiste sociali, l’attività e l’impegno, la storia delle schiave che sin dall’Ottocento scrissero della loro esperienza.
Gli Stati Uniti schiavisti avevano da sempre abusato, in tutti i sensi, delle schiave di colore, evitando di riconoscerne la discendenza frutto della propria codarda violenza. Anzi disdegnandola a tal punto da restituircene un’immagine surreale quando finalmente fu adottata una legge atta a scoraggiare le milioni di violenze sessuali, dilaganti. Gli abusi furono condannati non in quanto avvilenti dell’essere umano, bensì come mezzo improprio per accrescere la proprietà degli americani. Gli schiavi sono proprietà, ricchezza solo in quanto tali, oggetti di cui servirsi a proprio piacimento.
Eppure tra i primissimi poeti e scrittori neri figurano donne che come Hannah Craft tentarono di denunciare e confutare la propaganda schiavista la cui difesa delle pratiche di sottomissione si richiamava a “un benevolo istituto per tutelare dei minorati”. Hannah Craft (The bondwoman’s narrative) descriveva piuttosto gli schiavi in quanto esseri umani, soggiogati da una morale corrotta e insana, quella dell’uomo bianco. La Craft, vero nome Ellen e non Hannah, era figlia del suo “padrone” e di una delle sue schiave. Visse una vita durissima, soprattutto quando la figlia legittima di suo padre diventò sua padrona, ma secondo gli studiosi di letteratura afroamericana The bondowman’s narrative può considerarsi la prima opera scritta di proprio pugno e senza interventi esterni da una donna costretta in schiavitù.
A metà Ottocento, tuttavia, non era possibile, men che meno vantaggioso, usare toni accesi nei propri scritti: per non inimicarsi quegli uomini bianchi ancora lontani dal considerare gli afroamericani come propri pari eppure contrari allo schiavismo. A questo scopo anche l’Incidents in the life of a slave girl di Linda Brent (pseudonimo di Harriett Jacobs) come l’opera di Hannah Craft descriveva gli afroamericani in maniera umile e modesta, evitando in tutti i modi di contrapporli agli uomini bianchi.
Harriett Jacobs nacque intorno al 1813 in schiavitù nella Carolina del Nord. Visse con la nonna, una schiava liberata, fino ai sei anni, quando la madre morì e lei dovette sostituirla al servizio della sua padrona. Una persona dopotutto tollerabile che le insegnò perfino a leggere e scrivere, pur lasciandola in punto di morte al servizio di una nuova famiglia, i Norcom. La Jacobs aveva solo undici anni e dopo aver vissuto una vita libera cambiava per la seconda volta esistenza, al servizio sfortunatamente di un vecchio dottore che cominciò ad abusarne sessualmente. A 16 anni scelse il male minore: un vicino, avvocato, del dottor Norcom, da cui cercò protezione e affetto. Ebbe due figli, ma niente cambiò. A vent’anni scappò quindi da casa Norcom sperando che il padre dei suoi figli li riscattasse dal crudele dottore. L’avvocato suo amante, tale Samuel Sawyer, li comprò liberandoli e mandandoli a vivere dalla vecchia nonna della Jacobs, ancora in vita, nella cui soffitta si nascondeva, all’oscuro perfino dei figli, la scrittrice. Fuggì ancora alla ricerca di una nuova vita e la trovò al servizio di un editore, Nathaniel Parker Willis che, quando la legge stava per raggiungerla e riportarla dai Norcom, la comprò e le permise di riabbracciare i suoi bambini. Fu allora che, aiutata da una scrittrice abolizionista bianca (Lydia Maria Child) poté pubblicare la sua travagliata storia autobiografica, utilizzando lo pseudonimo Linda Brent.
Finalmente, con la fine della guerra civile, nel 1865, terminò anche l’epopea schiavista, ma gli uomini e le donne afroamericani si trovarono di fronte al dilemma di riconoscersi come una grande comunità andando incontro al futuro e stabilire il proprio ruolo nella società. Anche in questa occasione, prima che fosse la personalità forte di Booker T. Washington a emergere (portavoce riconosciuto dei neri d’America fino al giro di boa del XX secolo), tre donne diedero le loro risposte ai quesiti posti dai tempi: Ida Wells-Barnett, Pauline Hopkins e Frances Ellen Watkins Harper.
Iola Leroy, il romanzo pubblicato da Frances Harper nel 1892 e seguito alle tre novelle: Minnie's Sacrifice, Sowing and Reaping e Trial and Triumph, affronta chiaramente il tema della mescolanza razziale e il dramma delle violenze sessuali subìte dalle donne afroamericane domandandosi come l’uomo bianco, colto, potesse costringere perfino i propri figli in condizione di schiavitù, sangue del proprio sangue, ridotti all’ultimo scalino sociale, “schiavi abietti”. La Harper nacque nel 1825 da genitori liberi che morirono quando era ancora giovanissima. Affidata allo zio, un educatore, crebbe coltivando la passione per l’insegnamento, convinta dell’importanza dell’educazione, sostenendo la causa dell’abolizionismo e della giustizia sociale. Prima di dedicarsi alla letteratura si dedicò prolificamente ai temi della discriminazione razziale e dei sessi.

Shonibare è cresciuto a Lagos, una delle metropoli più vitali del globo.
Negli anni Settanta, Lagos era la capitale di una delle nazioni più ricche del Terzo Mondo, una nazione che, pur essendo appena emersa da una guerra civile durata quasi tre anni, incuteva un certo rispetto a livello internazionale grazie ai giacimenti di petrolio appena scoperti, e alla sua determinazione nel trasformare questa ricchezza in ardore politico.
Salvatasi dalle devastazioni belliche (concentratesi nella Nigeria Orientale), Lagos si era mossa rapidamente per risollevarsi da una momentanea instabilità, unica conseguenza della guerra: mentre gli ex-ribelli riaffluivano in città dall’Est e i leader militari della nazione riacquistavano potere, Lagos spalancò le proprie porte al mondo con la promessa di denaro e raffinatezza, il fascino del nuovo e la speranza di equilibrio.
C’erano universitari provenienti da tutti gli angoli del Terzo Mondo, dall’India e l’Indonesia, al Brasile e la Guyana, ingegneri civili dalla Germania e esperti di petrolio dalla Francia, investitori e mercanti della Siria e del Libano, milioni di immigranti di tutta l’Africa Occidentale, così come africani della Diaspora, desiderosi di assistere al miracolo di una nazione in cui un giovane ufficiale dell’esercito poco più che trentenne aveva schiacciato una rivolta e ora giurava di voler costruire la più grande nazione moderna dell’Africa e far rivivere la gloria della sua razza.
Lagos ospitò musicisti e performer di spicco, provenienti da tutto il globo, tra cui varie stelle del country & western statunitense, i più popolari attori afro-americani, e un gruppo emergente di nuovi idoli pop di tutto il continente africano. I cinema furono invasi da storie d’amore bollywoodiane e da film d’azione americani a base di kung-fu, e tutti i ragazzini conoscevano a memoria i testi delle canzoni di Jimmy Cliff e i colpi segreti di Bruce Lee. Nel resto del paese, stava prendendo forma una cultura popolare di impronta borghese, accompagnata da un’ondata di ottimismo e fiducia. La musica rilassata highlife degli anni Sessanta cedette momentaneamente il posto a una nuova forma musicale funk-rock, tutta chitarra e voce, prima di reinventarsi come nuova highlife, ugualmente asciutta e rockeggiante, mentre in tutte le città spuntavano nuovi gruppi e i giovani si divertivano, assaporando la nuova libertà.
I politici approntarono uno schema che avrebbe trasformato Lagos in capitale del mondo nero. Furono costruiti nuovi complessi culturali e nuovi musei, in tutta la città sorsero ampie costruzioni alimentate dal portafoglio apparentemente senza fondo del petrolio, e colonne di automobili in tutto il paese reclamavano nuove autostrade. Per dimostrare di volere realmente conquistare una posizione da città globale, nel 1977 Lagos accolse il primo Festival Mondiale di Arti e Cultura Nera (FESTAC), che attrasse migliaia di africane e africani della diaspora da centinaia di paesi, tra cui l’ambasciatore americano delle Nazioni Unite ed ex braccio destro di Martin Luther King, Andrew Young. Come spiegarono i giovani leader militari nigeriani, il denaro era “fuori questione” e l’esuberanza all’ordine del giorno. [..]
Ironicamente, per un giovane così, trasferirsi da Lagos a Londra significava passare da un territorio libero a una colonia sottoposta a un mandato culturale, a una città pretenziosa dove la gente sa stare al suo posto e vive il proprio destino sotto controllo possente e vigile del panopticon statale.
Olu Oguibe -Il gioco della cultura
Edito da Sandro
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Per tutto quello che avrei dovuto fare e non ho fatto
Per tutto quello che avrei dovuto dire e non ho detto
Per tutto quello che non avrei dovuto pensare e ho pensato
Il tredicesimo guerriero
Una donna muore su un affollato volo Nuova Delhi-Londra della British Airways e viene spostata con la figlia, naturalmente disperata, dalla classe economica alla business class di in cerca di maggiore tranquillità e un po’ di privacy. Procedura da manuale secondo la linea aerea che ha diffuso numeri precisi riguardo l’occorrenza di casi tanto eccezionali: su 36 milioni di passeggeri che volano ogni anno sui suoi aerei, circa dieci muoiono in volo.
La British Airways ha dovuto però fornire spiegazioni allo sfortunato passeggero, mister Trinder, uomo d’affari trovatosi improvvisamente di fianco il cadavere di una donna su di un volo a lungo raggio. “Eravamo in volo da un po' - ha raccontato il cinquantaquattrenne - e all'inizio ho dato appena un'occhiata a questa donna […]. Ho pensato che si fosse sentita male e non ci ho badato. Ma ogni volta che l'aereo faceva un sobbalzo, lei scivolava da sotto la cintura di sicurezza e ondeggiava su e giù senza reagire. Ho chiamato una hostess e finalmente mi ha detto cos'era successo. […] Sono rimasto scioccato. Ho continuato a viaggiare cercando di non guardarla, con gli auricolari della musica e del video in testa per non sentire e non pensare, ma la figlia della vittima, che era stata a sua volta trasferita in prima classe ed era seduta nella poltrona di dietro, gridava e piangeva disperatamente. È stato terribile. Continuavo a dirmi, ecco, ho pagato 3 mila sterline per trovarmi in una situazione come questa".
3 mila sterline, il costo del biglietto pari a 4 mila 500 euro è stata la richiesta di rimborso di mister Trinder alla compagnia aerea britannica, ma la British Airways ha risposto picche perché semplicemente “sono cose che succedono”.
Edito da Sandro
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