Hanno incantato l’Arena civica di Milano per le due date italiane dell’In Rainbows tour, i Radiohead. Concerti finiti “sold out” in poche ore che hanno mosso dagli angoli della penisola i devoti della band inglese, decollata da Oxford all’inizio degli anni Novanta alla conquista del panorama rock mondiale. Post-punk, alternativo, elettronico, qualsiasi cosa sia stata e sarà l’evoluzione della ricerca artistica di Thom Yorke, Jonny e Colin Greenwood, Ed O’Brien e Phil Selway. I Radiohead mancavano in Italia dal 2003, anche per questo motivo, quello milanese, era un appuntamento da non perdere per i 18 mila presenti a ciascuna delle due serate. L’appuntamento con un’ideologia musicale. Capace di segnare un’epoca ed essere ancora in continua evoluzione, dal classico Pablo Honey all’ultimo lavoro, distribuito in Rete.
Per poter assistere a uno spettacolo simile si comprano biglietti con mesi di anticipo - il dicembre dell’anno prima in questo caso - per poi aspettare pazienti, tenendo da qualche parte i lasciapassare fino alla data fatidica. Scoprendo magari che lo stesso giorno, alla stessa ora, la Nazionale giocherà una partita decisiva agli Europei. Il tutto mentre rivolti casa come un calzino perché non ricordi nemmeno più il tuo biglietto dove diavolo l’hai messo. Alla fine il gran giorno arriva e anche dalla pioggia sempre in più insistente, dal pantano di fango dell’Arena milanese, emergono arcobaleni. I colori degli antipioggia a buon mercato e degli ombrelli. Due bandiere tibetane sul palco lasciato vuoto dal gruppo spalla, i Bat For Lashes, che si popola lentamente di lunghe sonde pendenti dall’alto, di diversa lunghezza. Quando gli strani aggeggi si illuminano di luci tutto passa in secondo piano, perdendo terreno, lasciando spazio finalmente ai pezzi di In Rainbows, inchinandosi alla voce di Thom Yorke e alle note dei Radiohead. “15 Step” ai primi posti della scaletta d’esecuzione in entrambe le serate. Riprese da piccole telecamere, rimbalzano in un grande maxischermo alle spalle del gruppo e in due piccoli rettangoli ai lati del palco, i dettagli delle mani frenetiche sugli strumenti e le facce. Le immagini accompagnano il fluire preciso dei suoni. Lasciando da parte Pablo Honey, oltre alle canzoni dell’ultimo, tutti i dischi contribuiscono alla tracklist con almeno due scelte. Il 17 giugno spiccano “My Iron Lung”, “Lucky”, “Pyramid Song”; il 18 “Just”, “Airbag” e “How disappear completely”. Sembrano propagarsi da un’altra dimensione tra i giochi di luce prodotti dall’illuminazione e rifranti dalle telecamere, le melodie, i ritmi dei Radiohead, nonostante i decibel fin troppo controllati lungo le due ore e passa di concerto. Yorke al di là della voce sembra elettrico, se necessario interrompe “Faust Arp”, per poi riprenderla, pur di ottenere dalla gracchiante security in servizio sotto il palco l’adeguato silenzio. Religioso al contrario per il pubblico, quando il cantante viene lasciato in un cono di luce con la sola chitarra per l’esecuzione di “Exit Music”. Surreale. Eppure non è finita, Jonny Greenwood magheggia come solito e appena conclusa la partita intromette tra gli accordi le voci dei radiocronisti italiani esaltati dalla vittoria della Nazionale sulla Francia. “Idioteque”, preceduta da una straordinaria versione di “You And Whose Army”, occhi negli occhi con il pubblico, chiude l’esibizione del primo giorno. “Paranoid Android” è l’ultimo gioiello della seconda serata e della puntata milanese del tour europeo del gruppo inglese. Prima di mezzanotte è già ora di sfollare, in linea con le raccomandazioni della band sull’utilizzo del trasporto pubblico. Sembra troppo presto e forse lo è, ma si tratta di un’impressione cui la musica dei Radiohead ha abituato da anni.
Se capitate davanti a un palco dove il bassista suona pure chitarra e tastiera mentre il chitarrista suona solo e soltanto dando le spalle a tutti, e armeggia tra mixer, effetti.. c’è una seria probabilità siate a un concerto degli Offlaga Disco Pax.
Vabbe’, ora concentratevi sul cantante. Per averne la certezza il cantante ha bisogno di una panza sostanziosa, di armeggiare tra elenchi del telefono, cd, merendine dalle confezioni strane, ma soprattutto di non cantare. Deve recitare piuttosto, e su ogni pezzo dare prima due o tre colpi di testa all’aria come stesse partendo a spaccare manco fosse un metallaro dai capelli fino al culo. Solo due o tre però. Poi basta.
Se tutto fila potete essere certi di trovarvi al cospetto degli Offlaga Disco Pax from Reggio Emilia, dicevo: Enrico Fontanelli, Daniele Carretti e Max Collini in ordine di superficiale descrizione. Socialismo tascabile, ricordi e memorie di comunismo (inconsciamente certo e comunque per forza anche catto-) andato tra Kappler, Lenin, Sotomayor, fascismi e ideologia, ma prima di tutto storie. Schiette, divertenti, musica finalmente decente senza cazzeggi eccessivi o sbavature. Perfezioni. Noie innecessarie pure. Eh. Quando hai sempre lo stesso tono di voce e fai le stesse pause tra due parole decisive a fine paragrafo, capita anche che tra chi ti ascolta inizino a fioccare le imitazioni con diffusi “passami la birra.. ..PERPIA-CERE!” tra una canzone e l’altra e irriverenti “andiamo a salutarli parlando tutti così?” a fine concerto peraltro applaudito con calore e comunemente apprezzato. A partire dai conoscenti della sola Robespierre, ai meno peggio conoscenti, ai tuttologi degli ODP. Disponibili con autografi e proprie produzioni, a prezzo politico (ovvio) e grazie diffusi (la gente perbene si sa distinguere).
Bando alle ciance. Pezzi forti del menù:
Tono metallico standard
Dove ho messo la golf?
Kappler
La classifca di gradimento è sparsa. Più probabilmente o inversa.
Che notte buia che c'è... povero me, povero me...
che acqua gelida qua, nessuno più mi salverà...
son caduto dalla nave son caduto
mentre a bordo c'era il ballo...
*un gran premio a chi risponde su due piedi, senza bisogno dell'aiuto del web*
Resta da vedere tra la versione di Bruno Lauzi e quella di Paolo Conte qual è la vostra preferita, comunque, visto che nessuno ha saputo rispondere, ecco la strofa finale della canzone, risposta compresa:
Sara... ma non importa...
Onda, su onda,
mi sono ambientato ormai
il naufragio mi ha dato la felicità
che tu... tu non mi dai.
Onda, su onda,
il mare mi ha portato qui
ritmi, canzoni,
donne di sogno,
banane, lamponi!
(Quand'ero piccolo, mi innamoravo di tutto
Correvo dietro ai cani
E da marzo a febbraio, mio nonno vegliava
sulla corrente di cavalli ed i buoi,
sui fatti miei e sui fatti tuoi)
[..]
Con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia..
..ma colpisco un po' a casaccio, perché non ho più memoria
Fabrizio De André
Edito da Sandro
Di Domenico © per il web alle 19:59 |
link
| commenti (3)
Da oggi disponibile anche su
YouTube!
citazioni, soundcatch
Estate, vienimi ancora a cercare
Levami d’addosso quel colore, quel grigio umido sapore
Che il tempo ci vorrebbe dare
Estate, portami fresco, vita e amore
Ché io lo voglio respirare
Vale la pena anche morire se ancora io lo sentirò
Lucio Dalla
Edito da Sandro
Di Domenico © per il web alle 18:59 |
link
| commenti (2)
Da oggi disponibile anche su
YouTube!
soundcatch
Ed era sempre lei
La mia filosofia
L'integralismo duro
La vera ortodossia
E ancora lei la nota che ho sempre avuto in testa
La bocca disegnata, dalla mia mano destra..
Daniele Silvestri
Edito da Sandro
Di Domenico © per il web alle 12:33 |
link
| commenti (3)
Da oggi disponibile anche su
YouTube!
soundcatch
Quando per la prima volta vidi i Blur in televisione, andavo a scuola. Il cantante, Damon Albarn, era come ero io. Aveva il mio naso e poteva avere i miei capelli. Guardava me, come allora avrei potuto guardare io lui. Nella telecamera si guardava allo specchio. E cantava.
Aveva degli amici dai colori cangianti e un sacco di ragazze gli giravano intorno. Le sue canzoni mi piacevano molto. Le cose andavano come andavano e non c’era bisogno di troppe storie a riguardo. Cantare, suonare, prenderle in giro. Le cose..
Poi io e De-mòn siamo cresciuti, abbiam preso le nostre fisse, ci siamo chiusi nel nostro orto, i capelli si sono allungati ancora, ma di quello che pensavano gli altri, onestamente, ce ne sbattevamo le palle. Siamo rimasti. Rimasti in un vicolo cieco, soli.
Perciò abbiam accorciato i capelli, messo ordine in casa e siamo usciti di nuovo, allargato i nostri giri. Abbiam lasciato pezzi di noi nelle persone, nei continenti, cantando in un gruppo o in quell’altro cercavamo il nostro posto, senza mai perderci di vista. Da lontano, ci guardiamo ancora allo specchio. E visto che il mondo gira, il nostro posto ci corre sempre davanti.
A volte siamo malinconici, a volte oltremodo sopra le righe sembriamo malinconici allo stesso modo. Ci piace il cinema, gli anni ’80, cucinare ..o meglio preparare con gli amici il pasto nelle piccole cucine accoglienti di famiglia. Sederci insieme, mangiare, bere e mettere in fila le assurdità di tutti.
Oggi l’ho chiamato De-mòn, e gli ho detto: Ohi, De-mòn, come stai, tutt’appost’?
“E nient’ in ordine”, mi ha risposto lui.
Sembri mia nonna, gli ho detto.
Ma ero troppo serio, De-mòn se n’è accorto e gli ho dovuto spiegare tutto: Senti, le cose non girano, stanno così.. tu che faresti al posto mio?
Ha lasciato la cornetta sul tavolo della cucina, s’è infilato la giacca – perché su da lui fa sempre quel freschetto, sai.. –, s’è chiuso la porta alle spalle ed è uscito.
Io ho sentito solo qualche fruscio e la porta sbattere, è normale. Ma dopo il silenzio mi ha convinto: dev’esser andata così.
Grazie De-mòn. E ho attaccato.
Non è niente altro la mia corsa